05.11.12 GIUDIZIO ABBREVIATO ANCHE PER IL REATO EMERSO IN DIBATTIMENTO

05.11.12 GIUDIZIO ABBREVIATO ANCHE PER IL REATO EMERSO IN DIBATTIMENTO


La Corte costituzionale ha dichiarato l’illegittimità costituzionale dell’articolo 517 del codice di procedura penale, nella parte in cui non prevede la facoltà dell’imputato di richiedere al giudice del dibattimento il giudizio abbreviato relativamente al reato concorrente emerso nel corso dell’istruzione dibattimentale, che forma oggetto della nuova contestazione.

La questione era stata sollevata dalla Corte d’appello di Torino che con ordinanza del 23 settembre 2011 - iscritta al n. 88 del registro ordinanze 2012 e pubblicata nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica n. 20, prima serie speciale, dell’anno 2012 - aveva denunciato la violazione degli articoli 3 e 24 secondo comma della Costituzione.


Pienezza di garanzie difensive
La Consulta supera l’argomento negativo legato all’indissolubilità del binomio “premialità-deflazione”, versandosi già in una fase avanzata del procedimento, richiamando le sentenze n. 265 del 1994 e n. 333 del 2009. Con queste due pronunce, infatti, la Corte ha ammesso l’imputato a fruire, rispettivamente, del “patteggiamento” e del giudizio abbreviato in situazioni nelle quali una “deflazione piena” non poteva più realizzarsi, essendosi già pervenuti al dibattimento: “ciò, sul presupposto che la logica dello “scambio” fra sconto di pena e risparmio di energie processuali debba comunque cedere di fronte all’esigenza di ripristinare la pienezza delle garanzie difensive e l’osservanza del principio di eguaglianza”.


E comunque per la Corte: “La sentenza n. 333 del 2009 ha evidenziato come l’accesso al giudizio abbreviato per il reato concorrente contestato in dibattimento risulti comunque idoneo a produrre un effetto di economia processuale, sia pure “attenuato”, consentendo - quantomeno - al giudice di decidere sulla nuova imputazione senza il possibile supplemento di istruzione previsto dall’art. 519 cod. proc. pen.”.


Principio di uguaglianza
Non solo, “alla luce dell’odierno panorama ordina mentale”, l’imputato che subisce una contestazione suppletiva dibattimentale veniva a trovarsi in una posizione “diversa e deteriore - quanto alla facoltà di accesso ai riti alternativi e alla fruizione della correlata diminuzione di pena - rispetto a chi, della stessa imputazione, fosse chiamato a rispondere fin dall’inizio”.


In definitiva, per la Consulta siccome “la contestazione del reato concorrente, operata ai sensi dell’art. 517 cod. proc. pen., costituisce, in effetti, un atto equipollente agli atti tipici di esercizio dell’azione penale indicati dall’art. 405, comma 1, cod. proc. Pen”, è fonte di “ingiustificata disparità di trattamento e di compromissione delle facoltà difensive, in ragione dei tempi e dei modi di formulazione dell’imputazione, la circostanza che, a fronte di tutte le altre forme di esercizio dell’azione penale, l’imputato possa liberamente optare, senza condizioni, per il giudizio abbreviato, mentre analoga facoltà non gli sia riconosciuta nel caso di nuove contestazioni, se non nelle ipotesi - oggetto della sentenza n. 333 del 2009 - di modifiche tardive dell’addebito sulla base degli atti di indagine”.


Come già in precedenza rilevato, d’altra parte, se pure è indubbio, in una prospettiva puramente “economica”, che più si posticipa il termine utile per la rinuncia al dibattimento e meno il sistema ne “guadagna”, resta comunque assorbente la considerazione che l’esigenza della “corrispettività” fra riduzione di pena e deflazione processuale non può prendere il sopravvento sul principio di eguaglianza né tantomeno sul diritto difesa, dichiarato inviolabile dall’art. 24, secondo comma, della Costituzione.



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